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Wabi-sabi

wabi-sabi

[ua’bi-sa’bi] occhio che wabi-sabi non è il wasabi.

Wabi-sabi invece è l’arte di trovare bellezza in ciò che è imperfetto, impermanente, incompleto. Dalla parola giapponese wabi, che traduce in un solo termine il concetto di “less is more” e sabi, che rimanda a una sorta di attenta malinconia, il wabi-sabi ci rende consapevoli della transitorietà delle cose terrene. E fin qui, anche noi occidentali capiamo. In più, c’è il concetto tutto orientale del corrispondente piacere degli oggetti che portano il segno di questa impermanenza. Tutto ciò è abbastanza oltrelordine.

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Wakame

Precisamente. Alga wakame. La chiamiamo in giapponese, ma è l’Undaria pinnatifida, un’alga bruna proveniente da Giappone, Corea e Cina. Simile alle alghe kombu, è ricca di vitamine, proteine e sali minerali come calcio, magnesio, ferro e iodio. Il suo gusto è salino, delicato, con tratti umami. Liscia, soda alla masticazione, si trova congelata o essiccata, da reidratare per il consumo. Un incontro singolare con l’alga wakame? Sulla montanarina della chef-pizzaiola Roberta Esposito de La Contrada di Aversa, riproposta anche al Mandarin Oriental sul lago di Como. Qualcuno coltiva l’alga wakame in Europa lungo la costa atlantica – Italia non pervenuta.

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