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Saracch

Saracch (pronuncia: saràk), dialettale lombardo per la salacca, il pesce azzurro conservato nel sale. Varianti locali di questa parola foodcultural sono saracca, seracca, saraca. Il saracch era spesso compagno della miseria. Messo sott’olio, se c’era olio, veniva poi appeso sopra il tavolo. I commensali toccavano il pesciolino gocciolante con un po’ di pane o di polenta. E litigavano per quel poco di sapore. Erano magri come tanti saracch. La ricetta è tutta qui. Nessuno vuole rievocare la miseria, però sarebbe un atto abbastanza oltrelordine tornare ad usare il saracch come portata “da condividere” al posto di tanti taglieri fighetti.

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Sinoira

Questa parola non è mai da sola, ma associata a “merenda”. La merenda sinoira è la trisnonna dell’happy hour, dell’apericena, di tutti quei pasti che iniziano nel tardo pomeriggio e finiscono quando è tardi anche per cenare. Perché si chiama così? Perché viene da “sina“, in dialetto piemontese “cena“.

Gli eruditi la chiameranno “merenda cenatoria”. Altri, con falsa etimologia, diranno che è la “merenda senza ora“: la spiegazione è sbagliata, ma il senso è giusto. La merenda sinoira sovverte l’ordine dei pasti, ma forse è servita a saziare tanti che a cena sarebbero arrivati con un buco nello stomaco.

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