Restituire alle cose il loro nome
«Una rosa è una rosa è una rosa», scriveva Gertrude Stein, ostinata nel ribadire ciò che dovrebbe bastare. Oggi non basta più. In tempi rosi dall’ambiguità — sì, rosa anche come participio, parola consumata fino all’osso — restituire alle cose il loro nome è gesto di resistenza.
Una rosa non è un’idea di rosa, non è il rosé sbiadito sui menu, né l’aggettivo concesso a ogni cosa femminile e gentile.
È petalo, spina, profumo.
Da critica gastronomica lo imparo ogni giorno: le parole, come gli ingredienti, si rispettano o si tradiscono. Chiamarle col loro nome è forse l’ultimo atto poetico rimasto.



